
Qualche tempo fa accompagnai i miei figli a fare una visita dermatologica per la mappatura dei nei.
Prima di uscire dallo studio, ne approfittai per chiedere alla dermatologa un parere su uno strano prurito al cuoio capelluto che mi accompagnava da qualche settimana.
Mi diede un’occhiata, spostando i capelli con le dita per osservare bene la pelle, e poi disse con naturalezza:
“Qui non vedo niente. Sarà l’età che avanza. Sa… con il tempo tutto si secca.”
Rimasi un po’ spiazzata.
È vero che, con il passare degli anni, alcuni tessuti tendono a perdere idratazione ed elasticità. Ma un conto è descrivere un processo fisiologico per offrire conoscenza e consapevolezza; un altro è condensarlo in una frase che rischia di lasciare nella persona soprattutto un senso di inevitabilità.
Ricordo che tornai a casa con quelle parole che continuavano a risuonarmi dentro.
Mi aveva colpito il linguaggio.
Mi chiesi quante donne uscissero da uno studio medico portando con sé, oltre che una spiegazione (magari…), anche un’immagine un po’ più triste del proprio corpo.
Fu un piccolo episodio, ma mi ricordò una cosa in cui credo profondamente: il linguaggio non è mai neutro.
Le parole non trasmettono soltanto informazioni. Costruiscono immagini, aspettative ed emozioni. Nel mondo della salute poi possono aiutarci a comprendere ciò che sta accadendo nel nostro corpo oppure farci sentire improvvisamente più fragili, più limitati e, come in quel momento, quasi spettatori di un processo sul quale non abbiamo alcuna possibilità di intervenire.
Una frase come “con il tempo tutto si secca” può diventare molto più di una semplice informazione sulla fisiologia del corpo umano. Può trasformarsi, pur senza volerlo, in un messaggio implicito: “Da questo momento in poi non puoi fare altro che assistere a ciò che accade. E quello che accade non sarà bello. Fattene una ragione da ora in poi.”
Io, invece, credo che prendersi cura significhi anche scegliere con attenzione le parole.
Il punto non è negare o addolcire la realtà, bensì aiutare le persone a guardare ciò che sta accadendo da una prospettiva che lasci sempre spazio alla possibilità di agire.
In psicologia questo si definisce agency: la percezione di poter partecipare attivamente alla propria vita e al proprio percorso di salute, anziché subirli passivamente.
Perché c’è una grande differenza tra ricevere un’informazione che ci fa sentire semplici spettatori di ciò che accade e riceverne una che, pur descrivendo la stessa realtà, ci ricorda che possiamo, e forse dobbiamo, partecipare attivamente al nostro benessere.
Credo che ogni professionista della cura abbia anche questa responsabilità: trasmettere conoscenza senza sottrarre fiducia, spiegare senza scoraggiare, accompagnare senza far sentire la persona definita dal proprio sintomo, dalla propria età o dalla propria diagnosi.
La salute, dopotutto, non è solo ciò che ci accade. È anche il modo in cui scegliamo di comprendere e rispondere a ciò che ci accade.
Forse è stato anche da quella riflessione che ho iniziato a guardare con occhi diversi un gesto tanto semplice quanto sottovalutato: rifornire costantemente il corpo di acqua fresca. Tanto banale, quanto vitale.
Ci sentiamo ripetere continuamente:
“Bevi di più.”
È un consiglio corretto.
Eppure, se fosse davvero sufficiente dirlo, nessuno di noi avrebbe difficoltà a bere con regolarità.
Allora perché per moltissime persone non funziona?
Perché il nostro cervello cambia più facilmente un’abitudine quando ne comprende il significato, quando qualcosa fa davvero clic e modifica il modo in cui guardiamo un problema.
Se qualcuno ci dice di bere perché “fa bene”, forse ci impegneremo a bere un bicchiere d’acqua in più per qualche giorno. Poi la quotidianità prenderà il sopravvento e tutto tornerà come prima.
Se invece scopriamo quanto l’acqua sia coinvolta praticamente in ogni funzione del nostro organismo, allora la prospettiva cambia.
Perchè piano piano iniziamo a sentire dentro di noi cosa succede quando l’acqua entra nel corpo.
L’acqua è l’ambiente in cui vivono le nostre cellule. È il mezzo attraverso cui vengono trasportati nutrienti e ossigeno, vengono eliminate le sostanze di rifiuto, si mantiene stabile la temperatura corporea, possono svolgersi migliaia di reazioni indispensabili alla vita.
Ma c’è un aspetto che colpisce più di tutti.
Anche una lieve disidratazione, spesso così lieve da non farci avvertire nemmeno la sete, può influenzare il modo in cui affrontiamo la giornata. Possiamo sentirci più stanchi, meno lucidi, più irritabili o fare più fatica a concentrarci. Possiamo percepire lo stress con maggiore intensità e sentirci meno capaci di recuperare energia.
Quante volte ci diciamo: “Oggi mi sento scaric*”, “Non riesco a concentrarmi”, “Sono nervos*…” senza domandarci se il nostro corpo stia chiedendo, tra le altre cose, anche acqua?
Naturalmente l’acqua non elimina tout court lo stress che accumuliamo, non risolve i problemi e non sostituisce un’alimentazione equilibrata, il sonno o il movimento.
Ma rappresenta una delle condizioni preliminari perché il nostro organismo possa esprimere al meglio le sue capacità di adattamente, regolazione e riparazione.
Ogni giorno il nostro corpo lavora instancabilmente per mantenere un equilibrio incredibilmente complesso.
Bere acqua non significa fare qualcosa di eccezionale.
Significa favorire e sostenere quel lavoro straordinario che il nostro organismo svolge per noi, ogni istante della nostra vita.
È proprio da questa curiosità che è nato il mio ebook.
Non è nato dal desiderio di aggiungere un’altra regola alle infinite che ci sentiamo ripetere ogni giorno, ma dal desiderio di restituire significato a un gesto quotidiano che troppo spesso diamo per scontato.
Ho raccolto in queste pagine ciò che negli anni ho imparato studiando, osservando e accompagnando tante persone nei loro percorsi di salute.
Ho cercato di spiegare l’acqua con un linguaggio semplice, senza banalizzarla, perché credo che comprendere sia il primo passo per trasformare un consiglio in un’abitudine.
Mi auguro che questo piccolo libro possa accompagnarti a guardare un semplice bicchiere d’acqua con occhi nuovi e a riconoscere, in quel gesto ripetuto quotidianamente, una delle forme più semplici e profonde di presenza e cura di sé.
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