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La società della stanchezza

Premetto che questa definizione non è mia. E’ il titolo di un interessante libro di Byung-Chul Han, filosofo coreano-tedesco. Ma il suo senso è talmente immediato e chiaro per tutti che merita di essere immortalato e diffusamente utilizzato come locuzione qualificativa di questa società.
Scommetto infatti che chi è arrivato a leggere questo mio articolo è stato attratto dal titolo. Perché? Perché implicitamente ha colto subito di cosa si parla essendo che sa per esperienza cosa si vuole intendere per “società della stanchezza”.

Quel cronico deficit di energie

Tante, quasi tutte le persone che incontro in studio, dopo avermi descritto solitamente con dovizia di particolari gli aspetti oggettivi e personali del problema per cui chiedono un supporto, concludono il quadro dichiarando che inoltre, alla base di tutto, avvertono una perdurante sensazione di stanchezza. Un stanchezza che spesso qualificano come un cronico deficit di energie, una spossatezza continua, non di rado di vecchia data e alla quale magari per lungo periodo hanno cercato di non dare peso.
E ora che sono qui davanti a me sperano in un consiglio, in un’intuizione sulla possibile causa di tanta stanchezza, ancor più su un integratore di sostegno un po’ magico, un qualcosa che possa aiutarli a ritrovare quel senso di benessere e di energia che pare ricordo lontano degli anni di gioventù. Infatti poi la conclusione più frequente, quasi a liberare me e se stessi da una richiesta che appare irragionevole, è… mah, sarà l’età, ovvero forse devo accettare questo esaurimento come un inevitabile dato di fatto e non ci si può far molto.

La stanchezza: il più aspecifico, serpeggiante, preoccupante sintomo di questa società.

Una società che non è più tanto insidiata da virus e da batteri in quanto tali e in quanto particolarmente aggressivi, ma piuttosto da una condizione di cronico iperdispendio di energie che pone ognuno di noi nella condizione, peraltro non a caso molto simile alla generale condizione economica di questo paese, di accedere con troppo frequenza al conto in banca (le nostre energie di base) senza avere di contro la possibilità di rimpolpare quel capitale con il frutto del nostro iper-agire in po’ scomposto in tutte le direzioni (metaforicamente il frutto del nostro lavoro).

Siamo stanchi. Un po’ tutti. Stanchi per le continue sollecitazioni, gli impegni, le sfide, i problemi da risolvere, le routines a cui adempiere e perfino le opportunità da cogliere. Stanchi di un inevitabile multitasking che ci travolge con un eccesso di stimoli, impulsi e informazioni e che produce un’attenzione ed un’azione inevitabilmente disperse e frammentate.

E spesso non ci basta il week end di recupero o la settimanella di vacanza fuori stagione, o peggio assai in pieno agosto, durante le quali daremo comunque una sbirciatina alle email e forse ad un paio di social finendo per essere risucchiati un po’ inconsciamente ma con chiaro sfondo compulsivo a confrontare il nostro presente con un miliardo di altre opportunità mancate di cui invece gli altri stanno evidentemente godendo più di noi! E non è la gelosia che ci travolge a quel punto, ma l’autocritica: avrei potuto/dovuto farlo anch’io? In cosa ho sbagliato? Dove ho rallentato? Cosa mi sono perso?

Vittime e carnefici di noi stessi e del nostro gran da fare.

E il punto non è che abbiamo per forza troppo da fare perché qualcuno, sia esso il capo, il coniuge e i figli, lo stato (beh lo stato forse sì…) ci spingono con le loro richieste a fare tanto e a fare di più; sì forse qualche volta è così ma, pensiamoci bene: in larga misura questo gran da fare, che poi diventa oggettivamente concreto e richiede di essere fatto, ce lo procuriamo… da soli! Perché viviamo all’interno di un modello culturale che enfatizza, oggi più che mai, l’efficienza e la responsabilità di e verso se stessi. Perché, come ci ripetono da ogni parte, siamo noi i veri responsabili di tutto: dai cambiamenti climatici alla redditività dell’azienda per cui lavoriamo, dai problemi che hanno i figli al sovrappeso che ci affligge da anni; dal fatto che i cinesi invadono i mercati con la loro paccottiglia (che noi compriamo perché costa poco e a fine mese ci arriviamo a fatica) al fatto che al governo ci stanno dei quaquaraquaqua (che alla fine ce li abbiamo messi noi, sia che abbiamo votato sia che non lo abbiamo fatto, anzi proprio per questo!). E poi le opportunità sono la fuori che aspettano solo di essere colte perché…tutto è possibile o niente è impossibile per chi veramente vuole! Quindi se non riusciamo a coglierle è perché non lo vogliamo abbastanza!

Così le nostre agende sono piene di impegni, incontri e riunioni, commissioni, incombenze e se questo ritmo ci assilla siamo noi che non sappiamo organizzarci abbastanza bene! E così non riusciamo a darci tregua né la diamo agli altri che non la danno ad altri e così via in una catena infinita che poi ci ritorna addosso come un boomerang.
Chi è questo piccolo mostro? E’ l’homo laborans che sfrutta se stesso senza costrizioni esterne, diventando al contempo vittima e carnefice di se stesso.

Dice a questo punto argutamente Byung-Chul Han ne La società della stanchezza che la positività del poter-fare è molto più efficace ma anche molto più violenta della negatività del dover fare. Ed è ormai chiaro che si configura sempre più come una violenza di tipo neuronale che conduce alla nuove e sempre più diffuse patologie tipiche di questo secolo: la depressione, la sindrome da deficit di attenzione (ADHD) il disturbo borderline di personalità (BPD) e la Sindrome da Stanchezza Cronica.

L’interruzione terapeutica: la pausa.

L’esaurimento cronico è il risultato di un’ingovernata tendenza a reagire immediatamente e a seguire rapidamente ogni impulso che arriva. E già questo è un primo sintomo di perdita di equilibrio, di centro e di esaurimento. Non possiamo dire “sì” a tutto ciò che arriva e a tutto ciò che accade. Non possiamo permettere che tutto ci trovi pronti e disponibili a reagire in tempo reale. Anche quando “sì” significa semplicemente intraprendere un’azione o affermare una posizione contraria. Tutto richiede energia. E l’energia come un capitale economico va spesa con prudenza. Quando entriamo in uno stato di frenesia, irrequietezza, irritazione e sottostante stanchezza, siamo letteralmente in pericolo. Nel pericolo di essere risucchiati dal vortice dell’iperattività e della frenesia realizzativa. Il termine frenesia deriva dal greco antico “frenesis” ed indica appunto uno stato delirante del cervello che provoca febbre alta e tremori diffusi.

Dobbiamo imparare a fare una pausa, ad invocare uno “iato” tra le nostre azioni. Dobbiamo imparare a vedere e vedere richiede il soffermarsi e cioè il fermarsi per un attimo. Dobbiamo imparare ad assuefare l’occhio alla calma, alla pazienza e al lasciare venire a sé. Ad esercitare un’attenzione più profonda attraverso uno sguardo lungo e prolungato sulle cose e sulle situazioni. Stare, ascoltare e vedere. No, non si intende invitare all’iperpassività. Ma alla libertà dell’indugiare ovvero alla libertà di prendersi quel tempo e quello spazio di pausa che cosentono di esercitare un’attenzione più lunga e quindi potenzialmente più ricca e articolata e foriera di azione più centrate e quindi più libere.

L’adattogeno e lo stile di vita

Quando si ha di fronte una persona che lamenta stanchezza cronica, è fondamentale prima di tutto escludere cause organiche che possano rientrare in quadri patologici di effettiva serietà e per questa è necessario rimandare la persona ad una verifica medica che avrà il compito di escludere situazioni di malattia.

Ma solitamente chi lamenta questa sensazione, ha già fatto il giro dei medici di varie specializzazioni e solitamente ne è uscito, per fortuna, con un nulla di fatto. E’ solo stress, gli viene concluso. Si prenda una vacanza!
Purtroppo se il consiglio di una vacanza non si rifiuta mai, difficilmente questa può essere la soluzione al problema. Dal mio punto di vista è necessario indagare in maniera approfondita ma anche il più possibile estesa, le varie condizioni di vita che possono verosimilmente determinare una sensazione di esaurimento di energie. E spesso non bisogna andare troppo lontano. Le storie di sovraccarico mentale, emozionale e organizzativo emergono in men che non si dica. E l’homo laborans in tutta la sua forza in cronico esaurimento appare chiaro all’evidenza.

E allora si tratta di modificare alcuni aspetti dello stile di vita. Decisamente più facile a dirlo che a farlo. Il che in ogni caso presuppone il ruolo e il lavoro di un educatore, chiamiamolo pure Coach, che stimolerà a vedere e a pensare diversamente.
Si traccia pertanto un progetto di cambiamento/modifica di alcuni aspetti del vivere quotidiano, passando attraverso i vari “non è possibile” “non dipende da me” “vorrei ma non posso” per arrivare piano piano ad un “mi sembra di stare meglio” “oggi sono riuscito a…” “ mi è parso di capire che..”.

E l’integratore adattogeno che ruolo ha?

Su questo termine molti luoghi comuni e semplificazioni. “Ho bisogno di un po’ di ginseng” solitamente traduce qualcosa del tipo..”non ho più benzina nel serbatoio mi serve di doparmi un po’ per andare avanti”.
L’adattogeno invece è una sostanza che deve poter aiutare l’organismo a rigenerare risorse per sostenerlo non solo nell’affrontare il carico sotto cui quell’organismo sta cadendo in ginocchio, ma soprattutto per riorganizzare le proprie risorse psichiche, mentali e organizzative finalizzate ad fare una pausa e intraprendere un cambiamento. Mi deve quindi dare quiete mentale, lucidità e incremento dell’attenzione, rinnovato senso di energia e centratura. Non è un barattolo degli spinaci stile Braccio di Ferro che lo prende e gli spunta immediatamente il muscolo. Il vero adattogeno non deve interferire con i processi biochimici di base, ma in maniera graduale e fattiva deve poter lavorare su più fronti, sistema nervoso, sistema endocrino e sistema immunitario, per poter ricominciare a far fluire benzina nel serbatoio. E pertanto andrà scelto in base alla persona, al suo stile di vita e al suo tipo di esaurimento.
Una cosa è certa, quando si riprende la via delle leggi di Natura, si riscopre la gioia del sentirsi in forze, che potrà avere sicuramente delle oscillazioni brevi in meglio o in peggio in relazione agli accadimenti quotidiani, ma mai più quel senso di prostrazione che non solo è pesante da sopportare ma è anche l’anticamera di guai sempre più seri.